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giovedì 15 gennaio 2015

NON AL DENARO NON ALL'AMORE NE' AL CIELO

Quando ci siamo detti che avremmo inaugurato il nostro blog parlando dell’album che più ci rappresenta non ho avuto un attimo di indecisione, nella mia mente si è materializzata la copertina dell’album che, non esagero, un po’ la vita me l’ha cambiata davvero, perché sapere che al mondo c’è chi parla al posto tuo e che ti legge nel cuore, ti fa sentire meno sola e ti strappa un sorriso!
“Non al denaro non all’amore né al cielo” è il primo album di Fabrizio De André che ho ascoltato e piano piano, tra un malato di cuore e un chimico, ho capito che avevo finalmente trovato la mia anima gemella perché, chiariamolo subito, io amo Faber e non leggerete mai una critica tra queste righe… non sono obiettiva, lasciatemelo amare!
Mi piacerebbe che questa mia descrizione (perché recensione è un termine troppo ambizioso) venisse letta da chi ancora non conosce bene De André per cui non sarò profonda e acculturata come il disco meriterebbe ma semplice e trasparente, provando a trasmettervi le emozioni che provo quando lo ascolto.




Il disco è un concept album, cioè un album che segue un unico filo narrativo che, in questo caso, è il libro “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master (se non lo avete letto fatelo subito perché è davvero bello). De André scelse i personaggi dai quali si sentiva più rappresentato, precisando che ciò che più gli interessava di ognuno erano i vizi e non le virtù, e dalle loro storie trasse 9 splendide canzoni:

  Dormono sulla collina
  Un matto
  Un giudice
  Un blasfemo
  Un malato di cuore
  Un medico
  Un chimico
  Un ottico
  Il suonatore Jones

I protagonisti hanno in comune il fatto di essere morti, per cui, non essendo più vincolati alla smania di perfezione e di competizione, non hanno altra scelta che essere sinceri. Tutte le vicende girano intorno alla scienza e all’invidia, ciascun personaggio è mosso da uno dei due sentimenti e ci si accorge poi che alla fine, soltanto due di loro (un malato di cuore e il Suonatore Jones) riescono a liberarsi dalle catene auto inflittesi e ce la fanno, come Fabrizio spiega in un’intervista con Fernanda Pivano (la prima traduttrice italiana del libro in questione), rendendosi “disponibili”. Cosa abbia voluto dire io non lo so con certezza ma rileggendo i testi mi piace pensare che a renderli liberi sia stato il loro coraggio di seguire ciò che più amavano.


“Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.”
 (Il suonatore Jones)

Trovo i testi di questo disco di una trasparenza disarmante, tu li leggi e dentro ci ritrovi te stesso, non importa chi tu sia, cosa rimpiangi o cosa stai nascondendo, perché appena leggerai “un matto”  o “un chimico” avrai come l’impressione che lo schermo del pc si sia trasformato in uno specchio.
Ora siate comprensivi con me se vi dico che a 21 anni, tra una crisi esistenziale e una emozionale mi è stato sbattuto in faccia “Un malato di cuore” e io per un anno intero non ho ascoltato altro che non fosse stato scritto da Fabrizio, il mio amico, il mio amante e confessore. 

“E il cuore impazzì e ora no non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce.” (Un malato di cuore)

-Nia-